MARCO ONOFRIO

Politica, che cosa ti sei fatta?
schifosa pattumiera d’impostura.
Mestiere di potere e di profitto
finalizzato al suo stesso gioco,
non più al bene collettivo.
Dov’è la passione civile
il senso autentico del popolo?
Dov’è l’educazione, la cultura
il rispetto degli altri e di se stessi?
La coscienza etica di un Calamandrei…
Dove sei, uomo, dove sei?
Dov’è la Roma dei tuoi occhi?
Ecco la grassa sguaiata puttana,
la grande Babilonia-meretrice.

Guarda i salotti dell’im-mondanità!
Senti che si dice!
Congreghe di scrittori e fritti misti
che sprizzano potere da ogni poro
i servi più servili del Potere
le mosche immerdicchiate e le zanzare:
intellighentia, società, rappresentanza!

Sessantottini riciclati giornalisti
compromessi finti battaglieri
rampanti dirigenti e imprenditori
commessi galoppini e caudatari
accademici autorevoli baroni
(cipiglio corrucciato ai cazzi amari)
codazzi di assistenti e baciaculi
e cardinali in mutria e pompamagna
imitatori, adepti e paparazzi
registi direttori ed anchormen
topi di fogna e scintillanti sorche
modelle coscialunga accavallate
attente ai letti giusti
e ai tipi convenienti da infilare,
e dappertutto fumo e cocaina.
È stato un grande sbaglio fare il mondo
e soprattutto darlo in mano all’uomo.
È uno spurgo immondo di cloaca:
è il covile nel profondo di una tana.
È la sabbia insanguinata di un’arena
dove ringhiano le belve più feroci
che si aggirano nervose tra le gabbie
aperte, spalancate come fiori
dopo aver sbranato i domatori:
è un pullular di voci, una Babele
un caravanserraglio, un gran bazar.
La giostra di pacchiane meraviglie
girandola umorale
è il gioco da tre carte, è sempre uguale
la prestigitazione che ti fotte
è un battere di banche e società.

New Economy, flusso planetario:
globalizzazione da fast food.
La finanza emancipata dalle imprese.
I soldi virtuali e immaginari
(ma i debiti li paga il cittadino).
Leviatano mastodontico e spettrale
la collusione occulta dei poteri:
onorevoli burocrati ministri
governanti magistrati finanzieri:
fiumi carsici di soldi riciclati
e paradisi esteri del fisco:
falso in bilancio, cronica evasione
estorsione, truffa, peculato.
È la fiera campionaria del reato.
È il sofà di tutti i vizi.
È degrado permanente, è corruzione.
È una lotta senza tregua né quartiere
per il controllo occulto dei servizi:
è il mercato dell’informazione.
Ahi, la pieta inconsolabile del giusto
che muore nel servaggio tristo e reo!
Liberismo incontrollabile e selvaggio:
la potenza galoppante del denaro
senza freni, senza correttivi
dove vince, immancabilmente
colui che più ne ha
da spendere, da monetizzare
e già per questo sa, può immaginare
con ragionevoli criteri predittivi
che sempre più ne andrà
ad accumulare,
perché schiaccia dall’interno il concorrente
chi parte da migliori condizioni
chi detiene il ca-pitale di papà
e fa del suo mercato un monopolio
a scapito del bene immateriale
sotto l’occhio del politico ammiccante
che poi ci mangia sopra, ne divide
confidando in un Paese aumma aumma
tra gli errori e le vacanze di una legge
dove ognuno ha il suo interesse di omertà.
È il classismo e il nepotismo delle logge
sono i muri invalicabili di gomma
il «dimmi chi ti manda, non chi sei»
le camarille, le consorterie
i privilegi ereditari della casta
e la rabbia conseguente di chi urla
«Adesso basta»
con gli imboscati, con i raccomandati
gli incapaci figli d’arte che per forza
devono arrivare
scavalcando chi, pur bravo,
è carne da concorso, è da trombare.

Basta coi consigli degli «amici»
i deterrenti avvisi dei mafiosi
i favori interessati
e gli scambi delle cortesie.
Basta coi Ponzi Pilati
che a vicenda si lavano le mani
per uscirne più puliti che si possa
mentre scavano la fossa
dove insabbiar le prove
e i testimoni
prima dell’inutile irruzione
della polizia
prima che il diluvio ci travolga
tutti, e ci porti via.
È la finzione, è la mistificazione.
Dare a vedere di impegnarsi
senza farlo troppo sul serio.
La faccia ben compunta ed atteggiata
senza aderire mai completamente
a quello che tu sembri o che tu sei.
Volare bassi: braccia in superficie.
Agili, fluidi, disponibili.
«Mica ci crederai davvero,
a quel che dici?
Mica sarai scemo?»
Guardare senza vedere,
pensare senza riflettere,
parlare senza dire.
Politicamente corretti.
Inappuntabili, almeno all’apparenza.
Bella presenza, predisposizione
ai pubblici rapporti alle persone.
Brillanti, splendidi, ironisti.
Schiavi delle strutture
che noi stessi siamo a costruire
della prigione con le chiavi in mano:
a cercarle, a invocarle, a desiderarle.
E in ogni caso: come eludere
la guardia di noi stessi
se noi stessi siamo i carcerieri?
Come osare uscire dalla fila,
che ci fa stare in piedi e tiene uniti?
Alzati e cammina, Münchhausen,
se ancora ce la fai.
Ma ecco dunque che cos’è,
adesso vedo: nient’altro
che una lunga fila senza fine
verso una grassa rugosa megera
la cassiera di tutte le cassiere
col viso ebete e gli occhi spiritati.
La quale, dopo aver
scrupolosamente digitato la tastiera
(ma spesso non ci azzecca)
che batte senza posa alla sua cassa
il conto apocalittico e totale
(e qui di nuovo scroscio di zecchini
sopra un grande mare)
ci porge infine a turno
come un lecca-lecca a dei bambini
uno dopo l’altro, inesorabilmente
il sacchetto di polvere che siamo

Política, ¿qué te has hecho?
cubo de basura repugnante de  impostura.
Oficio de poder y beneficio
a su propio juego dirigido,
y no al bien comunitario.
¿Dónde está la pasión cívica
el verdadero sentido de la gente?
¿Dónde está la educación, la cultura
el respeto de los otros, de sí mismos?La conciencia ética de un Calamandrei[i] …
¿Dónde estás, hombre, dónde estás?
¿Dónde está la Roma de tus ojos?
Aquí tienes la ramera gorda y zafia
la gran Babilonia-prostituta.¡Mira los salones de la in-mundanidad!
¡Escucha que se dice!
Congregaciones de escritores y frito variado
que transpiran poder por cada poro
los lacayos más serviles del Poder
las moscas enmerdadas y mosquitos:
¡intelectualidad, sociedad, representatividad!

Sesantayochistas reciclados periodistas
incondicionales falsamente combativos
ejecutivos en ascenso y empresarios
recaderos a sueldo aduladores
reconocidos barones académicos
(ceño fruncido cuando pintan bastos)
turbamulta de ayudantes besaculos
cardenales malcarados con gran pompa
imitadores, seguidores y paparazzi
realizadores, directores y presentadores
ratas de alcantarilla y despampanantes ratas
modelos que cruzan musloslargos
atentas a las camas adecuadas
y a los tipos convenientes a ensartar
y en todas partes tabaco y cocaína.

Fue un gran error hacer el mundo
y sobre todo dejarlo en manos de los hombres.
Es un sangrado inmundo de cloaca:
es el cuchitril al fondo de una madriguera.
Es la sangrienta arena de un estadio
donde gruñen las bestias más feroces
que se agitan nerviosas en las jaulas
abiertas, de par en par como flores
después de haber mutilado a los domadores:
es un pulular de voces, una Babel
una posada, un gran bazar.
El carrusel de maravillas estridente
molinillo humoral
es el juego de tres cartas, siempre igual
la prestidigitación que te jode
es un martilleo de compañías y de bancos.

New Economy, flujo planetario:
globalización de comida rápida.
Lo financiero emancipado de la empresa.
El dinero virtual e imaginario
(aunque las deudas las paga el ciudadano).
Leviatán gigantesco y fantasmal
la colusión encubierta de poderes:
honorables burócratas ministros
gobernantes magistrados y banqueros:
ríos kársticos de dinero reciclado
y paraísos fiscales extranjeros:
contabilidad falsa, evasión crónica
extorsión, fraude, malversación de fondos.
Es la Feria de Muestras de la delincuencia.
Es el sofá de todos los vicios.
Es degradación permanente, es corrupción.
Es una lucha sin tregua ni cuartel
para el control encubierto de los servicios:
es el mercado de la información.

¡Ay!, ¡la pena inconsolable del justo
que muere en triste y culpable cautiverio!
El liberalismo incontrolable y salvaje:
la potencia galopante del dinero
sin frenos, sin correctivos
donde gana, invariablemente
quien más tiene
para gastar, para dar liquidez
y ya por eso sabe, se imagina
con criterios predictivos razonables
que siempre irá adelante
para acumular,
porque aplasta desde dentro al competidor
quien parte de mejores condiciones
el que ostenta el capital de papá
y hace de su mercado un monopolio
a expensas del activo intangible
bajo el ojo guiñado del político
al que después se merienda y divide
confiando en un país punto en boca
entre los errores y las vacaciones de una ley
donde cada uno tiene su interés en el silencio.
Es el clasismo y nepotismo de las logias
son las infranqueables paredes de goma
el «dime quien te ha enviado, no quien eres»
las camarillas, las pandillas
los privilegios hereditarios de la casta
y el consiguiente enfado de quien grita
«Ya es suficiente»
con los emboscados, con los recomendados
los inútiles «hijos de» que por fuerza[i]
deben triunfar
descabalgando a quien, siendo brillante,
es carne de competencia y que le follen.

Basta ya de los consejos de los “amigos”
las disuasivas alertas de mafiosos
los favores interesados
y el intercambio de las gratificaciones.
Basta ya de Poncios Pilatos
que se lavan las manos mutuamente
para sacarlas lo más limpias que se pueda
mientras cavan la tumba
donde enterrar las pruebas en arena
y los testigos
antes de la aparición inútil
de la policía
antes de que el diluvio nos abrume
a todos, y nos mande a paseo.
Es la ficción, es la mistificación.
Hacer ver que te comprometes
sin hacerlo demasiado en serio.
La cara bien formal y acicalada
sin adherirse nunca del todo
a lo que pareces o lo que eres.
Volar bajo: brazos en la superficie.
Ágiles, fluidos disponibles.
“¿Creerás un poco de verdad
en lo que dices?
¿Serás un poco lelo?”
Mirar sin ver,
pensar sin reflexionar
hablar sin decir.
Políticamente correctos.
Impecables, al menos en apariencia.
Buen aspecto, predisposición
a las relaciones públicas con las personas.
Brillantes, estupendos, irónicos.
Esclavos de las estructuras
que nosotros mismos estamos construyendo
de la prisión con llave en mano:
a buscarlas, a invocarlas, a desearlas.
Y en todo caso: ¿cómo eludir
nuestra propia vigilancia
si somos nosotros mismos carceleros?
¿Cómo atreverse a salir de la fila
que nos hace estar en pié y que nos une?
Levántate y camina, Münchhausen,
si todavía eres capaz.
Así que aquí qué es,
ahora lo veo: nada más
que una larga cola sin fin
hacia una vieja y gorda arpía
la cajera de todas las cajeras
con la cara tonta y los ojos desorbitados.
Quien, después de haber
escrito cuidadosamente en el teclado
(aunque a menudo no le atina)
que golpea en su caja sin descanso
la cuenta total y apocalíptica
(y aquí de nuevo estrépito de monedas
sobre un mar grande)
nos entrega, al final, por orden
como una piruleta a unos niños
uno tras otro, inexorablemente
la bolsa de polvo que somos.

(Traducción de Bernardo Santos y Soledad Soler)

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